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La Sila, tra storia e natura PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Congi   
Martedì 12 Gennaio 2010 13:07
La Sila: Antica Carbonaia. La Sila: Gli scalpellini modellavano il granito silano. La Sila: Un tempo dai pini si estraeva la pece. La Sila: Ruderi dell'antica Abbazia Florense. La Sila: Borgo abbandonato di Fantino.

Le più antiche citazioni riguardanti la Sila risalgono al 138 a.C. quando Cicerone scriveva di misteriosi omicidi di uomini noti, proprio nei boschi della Sila, questi venivano attribuiti ad alcuni servi ribellatesi alla sottomissione di una società che estraeva la “pece” dai pini.

Ulteriori importantissime testimonianze ci sono giunte in epoche antiche (I sec. a.C.) da parte di Plinio, Tito Livio, Diodoro Siculo e da altri, anche se una delle più importanti resta quella di Virgilio il quale in ben due occasioni scrisse della Sila, conferendo ad essa in entrambi i casi l’attributo di “Magna”, riferendosi evidentemente alla sua grande estensione. In epoca arcaica la Sila era dunque già nota come un immenso e selvaggio complesso forestale, una foresta primigenia abitata da popoli indigeni quali gli Itali, gli Enotri, i Morgeti ed altri.

La Sila era conosciuta fin dal periodo ellenico, a seguito della stabilizzazione di alcuni di quei popoli sulle coste dell'odierna Calabria: il suo nome infatti trova antichissime origini e deriva appunto dal greco "hyle" e dal latino "silva", entrambi termini col significato di selvaggia.

Numerosissimi viaggiatori, scrittori e naturalisti hanno da sempre descritto la Sila come uno scrigno di natura, storia e mistero, sicuramente tra questi emerge Norman Douglas, viaggiatore inglese che visitò la Calabria agli inizi del ‘900 rimanendone colpito proprio dalle foreste della Sila, così vaste e selvagge, ma soprattutto così “nordiche” : un vero paradosso ambientale e paesaggistico, visto che definì la Sila come un pezzo di “Scozia nel Mediterraneo”. Norman Douglas, da buon colto e certamente con molte doti naturalistiche, rimase stupefatto, in particolare dalla foresta del Gariglione, in Sila Piccola, una sorta di “Uward”: una foresta selvaggia mai sfiorata dalla mano umana, dove la natura continuava il suo miracolo da epoche immemorabili, un groviglio di “garigli” (il nome dialettale del Cerro) e di abeti barbuti. Questo angolo di paradiso terrestre, solo alcuni anni dopo, fu gravemente devastato da una società tedesca che, per una cifra irrisoria, acquistò la foresta per tagliarla: quel primordiale silenzio che durava da quando Dio l’aveva creato si era rotto per sempre e maestosi alberi alti quasi 50 metri ormai non esistevano più. Immaginate a tal punto, che desolazione, che sconforto, che tristezza...

La Sila ha una storia che sarebbe difficile e molto lunga da raccontare, una storia che si intreccia con i popoli che l’hanno abitata fin da epoche immemorabili! Ovviamente la storia più recente passa anche da San Giovanni in Fiore, dal periodo successivo al 1189 d.C., caratterizzato dalla fondazione dell’Abbazia Florense da parte di Gioacchino da Fiore, uno dei personaggi più illustri del Medioevo, che abitò questa montagna. L’abate florense ha lasciato sicuramente una traccia indelebile nelle anime e nei luoghi di San Giovanni in Fiore e dell’altopiano, l’attuale esteso territorio di San Giovanni trova conferme nei ben più vasti possedimenti che furono concessi all’abate calabrese tra la fine del 1100 e gli inizi del 1200. Dovere nostro è quello di far sì che tale contributo illustre alla storia dell’Umanità possa continuare a vivere nelle nostri menti e in quelle dei nostri figli: lo dobbiamo sia alle nuove generazioni che alla memoria degli antenati. Del resto, se la mano di Dio ci ha donato tutto questo magnifico pezzo di natura, credo che sia un dovere di tutti e in particolare nostro, proteggerlo. Questa antichissima montagna dalle mille meravigliose bellezze...appartiene a tutti ma a nessuno in particolare!

© Gianluca Congi

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