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La Sila: "Terra nostra". PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Congi   
Lunedì 04 Marzo 2013 12:11

 

alt Le più antiche citazioni riguardanti la Sila risalgono al 138 a.C. quando Cicerone scriveva di misteriosi omicidi di uomini noti, proprio nei boschi della Sila, questi erano attribuiti ad alcuni servi, ribellatesi alla sottomissione di una società che estraeva la “pece” dai pini.

 Ulteriori importantissime testimonianze ci sono giunte in epoche antiche da parte di Plinio, Strabone, Tito Livio, Diodoro Siculo, Federico II e da altri. Una delle più importanti resta quella di Virgilio che in ben due occasioni scrisse della Sila, conferendo a essa, in entrambi i casi, l’attributo di “Magna”, riferendosi evidentemente alla sua grande estensione. In epoca arcaica la Sila era dunque già nota come un immenso e selvaggio complesso forestale, una foresta primigenia abitata da popoli indigeni quali gli Itali, gli Enotri, i Morgeti e altri. La Sila era conosciuta fin dal periodo ellenico, a seguito proprio della stabilizzazione di alcuni popoli sulle coste dell’odierna Calabria, il suo nome, infatti, trova antichissime origini e deriva dal greco "hyle" e dal latino "silva", entrambi col significato di “selvaggia”. Intorno al 1200, Gioacchino da Fiore, ottenne in donazione una grande fetta della Sila, chiamata per questo “Sila badiale”. Ci vorrà dopo il 1300 per avere un’esatta delimitazione tra la Sila badiale e la Sila Regia. Nascono le “camere chiuse”, in altre parole delle riserve di legname destinate alle costruzioni navali e per tanto nessuno, liberamente, poteva andare a tagliare. Diversi signorotti dell’epoca, iniziarono ad attuare delle estese usurpazioni di terreni, creando le cosiddette “difese”, precluse all’accesso di chiunque. Durante questo periodo, le “terre comuni” e cioè aperte agli usi civici, per altro a beneficio soprattutto della povera gente, subiscono una fortissima regressione. Vengono attuate cruenti forme di protesta che culminano con spaventosi incendi; molti boschi sono tragicamente ridotti in cenere, trasformati in terreni nudi e quindi utili per pascolare gli animali o per coltivare la terra. Intorno al 1700, una sorta di condono, rende definitivamente di proprietà privata le “difese”, come detto terreni usurpati al demanio da parte di alcuni feudatari. Verso la fine del 1800 ci fu un nuovo cedimento dello stato a favore di chiunque vantava “diritti e crediti” nei confronti del demanio pubblico. Una delle storiche aree demaniali rimaste ancora oggi sotto la protezione dello stato è la foresta della Fossiata con annesse aree circostanti, si tratta di una vecchia “camera chiusa” e per ciò in quella zona, ancora oggi, è possibile osservare esemplari monumentali di Pino laricio silano che sono paragonati ai ben più noti “giganti di Fallistro”. Morale e significato della storia? La Terra è del Creatore, noi poveri comuni mortali ci illudiamo di esserne i padroni assoluti, con avarizia e spregiudicatezza. A nessun cittadino può essere negato il diritto di fruire della Madre Terra, ovviamente rispettando quelli che sono gli equilibri e le leggi di tutela, a favore di ogni elemento naturale che è intrinseco alla nostra vita. La Sila va ammirata, protetta e rispettata. Altresì va preservata da ogni aggressione selvaggia, la sua intima immensità è a noi ancora oggi incompresa.

 

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