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Il patriarca della Sila: il Pino laricio silano PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Congi   
Mercoledì 13 Gennaio 2010 06:51

... da non perdere

Descrizione, botanica, storia, usi, tradizioni e criticità sul pregiato e famosissimo albero, vero supremo delle antiche e solenni foreste della Sila.

alt La pianta più rappresentativa dell'altopiano della Sila è certamente il "Pinus nigra J.F.Arnold subsp. laricio (Poir.) Maire". Si tratta di una specie appartenente alla grande famiglia delle Pinaceae - specie Pinus nigra, questo come posizione tassonomica; viene chiamato comunemente in diverso modo, i nomi più noti sono certamente "pino silano" e "pino laricio calabrese", il tutto come termine abbreviato del nome più complicato ma esatto che sarebbe Pino nero laricio calabrese.

Una specie di particolare aspetto, cresce colonnare con fusti dritti, a maturità può giungere tranquillamente all'altezza dei 40 metri con mezzo metro di diametro, e in taluni casi, sfiorando i 50 metri. Alcune piante, in Sila, rasentano o superano i sei metri di circonferenza a petto d'uomo, è il caso di un pino alle rive del Cecita, in pieno Parco Nazionale della Sila. Sempre sulla Sila ed in Aspromonte, esistono esemplari di ciclopiche dimensioni, citiamo come esempio conosciuto i pini della riserva biogenetica dei Giganti della Sila, a Fallistro, nei pressi di Croce di Magara, dove insistono 48 esemplari di circa 400 anni di età con dimensioni davvero ragguardevoli, sfiorano i 45 metri di altezza con diametri e circonferenze davvero imponenti. Ma non sono gli unici giganti in quanto, in più zone interne del territorio, esistono esemplari relitti, veri patriarchi vegetali, cito i colossali pini larici presenti nella Fossiata, nel bosco del Corvo, al Gallopane, nell’ Arnocampo, a Zarella, nella Valle dell’ Ampollino e nei boschi di Re di Sole e Montenero oppure a Macchia di Pietro o Volpintesta; molti di questi vegetali sono isolati e scampati a tagli, incendi e, alle intemperie. Recentemente, in agro di Longobucco (Cs), è stato censito un pino con una base molto singolare, rappresentata da radici affioranti, aventi una circonferenza di circa 9 metri. Va detto che questa pianta, per ritornare alle caratteristiche di riconoscimento, si presenta slanciata e di tipica forma piramidale come chioma, specie da giovane; in età adulta la chioma assume una forma rotondeggiante se non piatta negli esemplari ultra secolari, il colore si tinge di un verde cupo, presenta una corteccia definitiva molto spessa che si screpola a placche. I rami sono brevi ed obliqui nelle giovani piante, più accresciuti nelle piante mature, a tratti quasi orizzontali e aperti nelle piante longeve e specie se presenti in spazi aperti e radure. Quest'albero è un relitto dei periodi glaciali, un fossile vivente che si è evoluto adattandosi nel corso di milioni di anni; assieme alle altre essenze presenti, fa della Sila, uno dei complessi forestali più imponenti ed estesi dell'intero bacino del Mediterraneo oltre che dell'Italia.

Ritornando alla chioma, questa ovviamente si compone delle lamine fogliari, nel pino abbiamo gli aghi, in questo caso sottili, lucidi e flessibili; la pigna, chiamata tecnicamente strobilo è di colore bruno, sono di forma ovale e maturano entro due anni dalla fruttificazione. Il Pino laricio silano, occupa in Italia, la parte terminale dell’ Appennino meridionale, si tratta dei nuclei originari presenti su una superficie complessiva stimata intorno ai 50.000 ettari, sono altresì diffusi su tre settori ben separati, la Sila con il nucleo più consistente in assoluto, cioè ben 40.000 ettari, l’Aspromonte con circa 4.000 ettari e le parti più alte dell’Etna coperte a circa 4.000 ettari. C’è da annotare un dettaglio molto importante, a partire dagli anni’50, in Calabria è stata avviata una massiccia campagna di rimboschimento dove il Pino laricio silano è stato utilizzato come pianta principale, oggi risulta molto difficile, ad occhio nudo, stabilire la linea di confine tra l’areale originario è quello invece artificiale, fatto sta, che solo in Sila sono decine di migliaia gli ettari di pinete da rimboschimento, il che ovviamente arricchisce il patrimonio forestale, il suolo e l’economia della montagna. Sicuramente è stata impiantata anche là dove altre essenze erano più congeniali, questo fattore trova varie considerazioni di merito, specie nelle pinete artificiali presenti alle quote più basse, dove, il rinnovamento nei boschi di laricio è particolarmente ricco di essenze quercine (Leccio, Cerro e Roverella) e di Castagno, che evidentemente sono le piante che un giorno sostituiranno definitivamente queste porzioni di foresta, visto che il pino è stato lo strumento per il miglioramento e la preparazione dei terreni, un tempo, inospitali alla vegetazione boschiva poichè brulli e spesso fortemente degradati. La pianta vegeta normalmente tra i 900 e i 1700 metri di quota altimetrica, preferendo i suoli granitici e derivanti da scisti, in Sila, limiti vegetazionali, si trovano, sul Bottedonato a quasi 2000 mt. s.l.m. oppure in zone del Marchesato crotonese, dove, non è difficile rinvenire esemplari isolati, presenti nelle macchie e nei cedui anche a circa 400 mt. s.l.m. Molto longevo, sull'altipiano silano ci sono piante che raggiungono i 500 anni di età. Si tratta per come anticipato di una specie pioniera ed eliofila con temperamente termo – xerofilo, ha una grande capacità colonizzatrice. Si governa rigorosamente ad alto fusto, generalmente a 80 anni la pianta è matura, tende a formare foreste pure di vasta estensione, pur consociandosi e formando anche boschi misti, in particolar modo nelle aree di transizione o nelle valli più umide, soprattutto sopra i 1300-1400 metri di quota; quindi, in questo contesto, nelle zone più alte, si associa principlamente con Faggio, Abete bianco e Cerro, mentre alle quote inferiori con Castagno, varie essenze quercine e addirittura con il Leccio.

Importante sottolineare, che, secondo alcuni autorevoli studiosi della materia, esisterebbero diversi eco – tipi indigeni di formazione specifica, questi si riconoscono essenzialmente per: la formazione edafica (relativamente ai suoli granitici, vulcanici e calcarei), d’altitudine (per la Sila Bottedonato e per l’ Etna Linguaglossa), d’esposizione (versante jonico e tirrenico) e per quanto concerne le razze tecnologiche (il cosiddetto Pino vutullo, un ecotipo presente in particolare nei boschi del complesso della Fossiata, con piante dal durame compatto e ricco di resina da cui si ricavano le “ tede”  meglio conosciute con il nome dialettale di “reglie” ossia parti di durame impregnate di resina e dal tipico colore rossiccio, utilizzate in passato come torce, oggi, specie nei paesi interni, per accendere il fuoco).

I pini della Sila sono famosissimi dappertutto, in passato dai romani, ai tedeschi, agli inglesi etc. hanno depauperato le antiche foreste della Sila e in specifico i pini silani, scopo la costruzione delle navi per le flotte navali e per gli altri usi utili agli scopi bellici. Oggi, la Sila, grazie ai suoi pini e all'opera di riforestazione attuata, appare molto più verde che rispetto al secolo scorso, proprio per gli interventi massicci di riforestazione seguita alla deforestazione, di cui restano immani segni nei santuari per eccellenza di questa antica e fantastica montagna, vedi il Bosco del Gariglione. Dalla Sila, partì, un fusto dritto e perfetto alla volta della Piazza del Doge a Venezia, scopo, sostenere il gonfalone in una delle piazze più belle del Mondo, oltre tutto i pini silani costituiscono quel paesaggio unico che tinge di nordico una delle regioni più mediterranee della nostra penisola, dandole non per caso l’attributo di “Grande Nord del Profondo Sud”. Tutti i viaggiatori che passarono da questa montagna, rimasero affascinati e colpiti dalla straordinaria bellezza e maestosità delle foreste, ricche di luce e non monotone o povere di sensazioni. La foresta silana trova nei suoi pini larici, l' elemento caratterizzante, una peculiarità fantastica, non seconda a nessun'altra foresta d'Europa.

Di questa specie se ne fanno gli usi più disparati, dalla produzione del tavolame, pedane, all’utilizzo nell’industria cartaria e ultimamente avviato in notevole quantità presso gli impianti delle cosiddette “Biomasse”, che bruciano combustibile vegetale per produrre energia, si tratta di una forma alternativa alle normali e obsolete centrali a carbone. Sin dai tempi di greci e romani, gli alberi maturi, venivano avviati alla resinazione, una pratica spesso attuata prima di abbattere la pianta, allo scopo di ricavarne la pece. Molti pini, presentano ancora oggi, i segni della resinazione, tramite incisioni a forma di lisca di pesce, sono oltre cinquant'anni, che questa forma di sfruttamento è stata abbandonata. La resina veniva utilizzata per gli scopi più disparati, tra cui certamente, specie ai tempi della famosissima "pece bruzia", per impermeabilizzare le imbarcazioni e le navi da guerra dei romani; noti anche gli usi medicamentosi.

Ritornando alle "biomassse", molti interrogativi e innumerevoli discussioni, sono tuttora in corso in Sila, circa lo sfruttamento intenso dei boschi che pare ripreso a grande ritmo, forse questo è da attribuire al fatto che prima, pochi erano i proprietari interessati a tagliare un bosco di pino per via degli scarsi ricavi, mentre oggi, tra la crisi economica e la vendita di tutto il legname, frascume compreso, c'è più attrazione anche nei piccoli proprietari. Su questo aspetto ci sarebbe da scrivere non un contributo ma un intero libro. C'è da dire che se da un lato vi è stato un aumento esponenziale del trasporto su gomma da e per la Sila, destinazione le centrali ubicate nel crotonese, dall’altra certamente è cambiato l'utilizzo finale del legname, prima destinato alle cartiere e alle tante segherie, di cui oggi ne restano attive davvero poche. Quasi tutto il materiale, compresi i rami, prima abbandonati nel sottobosco, con spesso conseguenze disastrose specie in occasione di incendi, ai giorni nostri viene sempre più avviato alla produzione energetica. Attualmente, i tagli, sono soggetti ad autorizzazione da parte della Regione Calabria, tramite appositi uffici dislocati sui territori provinciali, quindi non è più l'amministrazione forestale (Corpo Forestale dello Stato) che rilascia il via per il vincolo idrogeologico e l'utilizzazione dei boschi. Purtroppo, sempre più spesso, dalla Sila giungono notizie di crimini al patrimonio forestale per via di innumerevoli tagli difformi alle autorizzazioni o addirittura completamente abusivi che provocano un immane danno alla protezione del suolo da frane e dissesti, all'aspetto paesaggistico, al delicato equilibrio forestale e, alla perdita di biodiversità, visto che la foresta è la casa di molte specie animali e vegetali, anche in via d'estinzione. Indagini, denunce, sequestri e condanne penali, scaturite in gran parte dall'azione della forestale, hanno negli ultimi anni, documentato un certo diffuso modo di concepire il bene foresta e le pinete silane in specifico. Migliaia e migliaia di piante sottratte alla dote del bosco, le cue ceppaie spesso occultate con terra e frascume, piste abusive per consentire più facilmente l'esbosco, interi crinali denudati e ridotti a un banale e scarno arboreto, scandali e connivenze varie, certamente, un giorno, porteranno alla povertà non solo economica ma anche culturale e sociale, visto che il bene foresta non è un bene illimitato! Sembra che la "mafia dei boschi" colpisca nell'interesse criminale di arricchire chi specula a danno della natura. Per fermare l'appetito criminale di chi sfrutta la foresta con l'insano obiettivo di arricchirsi a discapito della collettività, occorrono alcune semplici e facili misure: 1) inasprimento delle pene, oggi molte violazioni in materia di edilizia e vincolo ambientale-paesaggistico sono contravvenzioni penali, bisogna introdurre nel codice penale, reati specifici contro lo sfruttamento criminale delle foreste e del territorio, con delitti che prevedano l'arresto obbligatorio anche fuori dalla fragranza; 2) semplici modifiche alle P.M.P.F. in vigore sul territorio regionale, che prevedano una responsabilità specifica di proprietario-tecnico agronomo e impresa boschiva (oggi molte di quest'ultime si chiamano industrie???), tenuti a rispondere penalmente e civilmente delle condotte illecite, e pare ovvio che il direttore dei lavori debba stare sul posto, presente, durante le operazioni di taglio, affinchè ogni anomalia venga corretta o fermata tempestivamente in corso d'opera, serve a poco contare i danni una volta fatti; 3) previsione di una cauzione, tramite versamento pari al valore nominale del bosco dove si va ad effettuare l'intervento, tale da costituire una garanzia in caso di abusi e danni, spesso irreparabili, alla fine dei lavori, la somma versata andrà interamente restituita all'impresa; 4) sospensione, in caso di abusi, non solo dai tagli nei boschi pubblici come avviene oggi, ma tale previsione va prevista anche per i tagli nei boschi privati, con tanto di recidiva fino all'esclusione definitiva; 5) confisca dei beni, in caso di condanna diventata definitiva, pari al danno prodotto più l'eventuale risarcimento in sede civile; 6) premialità alle imprese che si adoperano per l'esecuzione dei lavori in modo pulito e onesto, queste vanno inserite in un apposito elenco, dove poi si possa attingere qualora debbano essere fatti dei lavori urgenti da parte delle pubbliche amministrazioni, tali da non consentire l'espletamento delle normali procedure di gara.  Moltissime imprese oneste, avrebbero solo da guadagnarci, per cui, misure di prevenzione e repressione degli abusi sono certamente viste in maniera negativa, da parte di chi dolosamente attua poi azioni e comportamenti illegali.

Un'altra nota dolente: negli ultimi anni, i pini silani sono minacciati da un lepidottero, la Processionaria del Pino, che attacca defogliando le piante. I maggiori danni sono arrecati all'accrescimento, specie in altezza e, alla produzione legnosa, si concretizzano maggiormente, nelle aree marginali e là dove il pino vegeta non nel suo ambiente primario. Oltre alle varie forme di lotta attiva, si dovrebbe pensare seriamente a progetti di sostituzione graduale, delle essenze forestali con specie più congeniali. La processionaria ha un andamento ciclico e purtroppo è favorita dagli squilibri climatici, ecco il perché la si rinviene ormai ben oltre i 1000 metri, diciamo pure, in alcune zone, intorno  a quasi i 1400 metri di quota. Questo lepidottero, seppur dannoso, raramente provoca la morte diretta dei pini, che magari essendo indeboliti possono essere oggetto di altri attacchi parassitari con conseguenze maggiori; un pericolo da sottolineare, deve essere ascritto al fatto che le larve essendo coperte di peli urticanti, sono liberatrici di istamina, una sostanza che provoca allergie, che nei soggetti più sensibili può portare, come conseguenza estrema, anche a shock anafilattico; tuttavia, la stragrande maggioranza delle manifestazioni allergiche si presentano con reazioni cutane e abbastanza localizzate, prive di pericoli per la vita di chi ne è colpito. Anche gli animali, specie quelli che pascolano nelle zone più colpite, possono avere reazioni avverse a causa dei peli urticanti delle larve.

Gianluca Congi - Edizione riservata - citare la fonte:  Gianluca Congi www.gianlucacongi.it

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