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Il capostazione della Sila. PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Congi   
Lunedì 04 Agosto 2014 15:46

Il Culbianco arriva puntuale nei pressi della Stazione a scartamento ridotto più alta d’Europa. alt

 

Quella che attraversa la Sila, può essere annoverata come la tratta ferroviaria a scartamento ridotto più bella d’Italia, oggi in gran parte abbandonata alle intemperie e ai ricordi. Sui binari che attraversano le amene e austere foreste silane, specie tra Camigliatello e San Giovanni in Fiore, i trenini, rimangono una vaga sensazione di un passato recente, ricco di storia, cultura e tradizioni. D’inverno come d’estate, a tener combriccola alle buie gallerie, ci pensano gli animali selvaggi che ancora vivono sull’antica montagna, raccontata e rievocata dai viaggiatori del Gran Tour. Una volta, era il signor Pantaleone Caligiuri, a giusto titolo definito come “il capostazione d’altri tempi”, lo storico guardiano della linea ferrata silana, adesso in meritata quiescenza. Dai tempi antichi, in Sila, il Culbianco (Oenanthe oenanthe), dopo aver volato per diverse migliaia di chilometri, come una freccia invisibile, arriva puntuale nei pressi della stazione ferroviaria a scartamento ridotto più alta d’Europa: San Nicola – Silvana Mansio (1406 mt). Secondo alcuni studiosi, questo piccolo uccello, dalla coda bianca con una classica “T” nera rovesciata, da qui il simpatico nome, può compiere in totale circa 24.000 km in un anno! Vola ininterrottamente per monti e pianure, in primavera è pronto al capolinea, per poi ripartire a fine estate verso il sud Sahara, nei territori di svernamento. L’uomo, con la sua grande intelligenza, ha preferito sostituire i lenti e sbuffanti trenini con i pullman di linea nuovi e fiammanti, di certo più veloci e più comodi ma che non potranno mai tramandare alle nuove generazioni, il corso degli eventi. Se oggi, sui binari arrugginiti di San Nicola, a fischiare di mattino come di sera, nelle lunghe estati, c’è ancora lui, il capostazione della Sila, un grande significato ci sarà pure. Avanti e indietro con frenesia, in cerca di prede per i piccoli pulcini, incurante della moderna superstrada, tanto rumorosa e inquinante, il Culbianco, non teme il tempo e chi ha preferito il progresso a tutto il resto. Il suo insegnamento, appare effimero ma non lo è per niente, consegna a noi comuni mortali, l’esempio d’amore oltre che l’attaccamento alla natura lussureggiante dei verdi pascoli, vivificati dallo scorrere del fiume Garga e dalla tavolozza di colori che specie nella bella stagione, dipinge d’innumerevoli tinture, quanto Dio ha creato, superando se stesso. Purtroppo, il Culbianco, in Sila Grande è sempre più localizzato. Le ricerche ornitologiche che conduco da molti anni, depongono per poco meno di dieci coppie nidificanti, davvero pochissime per il nostro immenso altipiano, regno della biodiversità e di habitat potenzialmente idonei al pennuto. La causa di questa netta diminuzione è da ricercare nella scomparsa delle pratiche agricole tradizionali, in alcune condizioni sfavorevoli, nell’eccessivo pascolo e nell’addestramento dei cani da caccia in modo illegale poiché eseguito nei periodi non consentiti oltre che all’interno di aree ricadenti nel parco nazionale (è reato in questi casi, disturbare la fauna selvatica). Tutti i fattori poc’anzi elencati, pongono l’accento sulla seria presa di coscienza, che l’essere umano dovrebbe finalmente avviare affinché si possa vivere in armonia e non in perenne contrasto con ciò che è stato creato per essere esclusivamente ammirato! Là dove mettiamo in piedi i nostri famigerati disastri, la natura si riappropria di quanto un tempo ingiustamente sottratto, ricordando che “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma” (Antoine Lavoisier).

Gianluca Congi ©

(Tratto dalla rubrica "Sila: viaggio tra stodia e natura..."" di Gianluca Congi - Il nuovo Corriere della Sila - Anno XXIV (nuova serie) n.9° - Settembre 2014)


 

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