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Il migrante venuto da molto lontano PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Congi   
Lunedì 07 Luglio 2014 09:52

L’Usignolo, seppur solo per la bella stagione, riconquista quei luoghi che conservano ormai solo i ricordi. alt

Con l’arrivo della primavera, le campagne che circondano la parte antica di San Giovanni in Fiore, si rallegrano con il verde dei rovi e i primi colori delle timide fioriture. Le giornate si allungano, fa buio tardi, dando così un tocco d’incanto all’antica città di Gioacchino. Gli abitanti che vivono dal Petraro, passando per il Timpone, il Cognale e l’Ariella, sono tra i più fortunati cittadini florensi. Oltre all’ammirazione per l’invidiabile paesaggio presente, già da Maggio, sono i primi a beneficiare di un repertorio di strofe naturali, che solo Madre Natura, come dono, poteva concedere a un misterioso viandante. A notte inoltrata e fino all’alba, le melodie forti ma soavi, tengono compagnia alla malinconia delle tante case vuote del centro storico. Come accade da epoche immemorabili, puntuale come il tempo che scandisce la nostra vita, l’Usignolo (Luscinia megarhynchos), piccolo uccello dei Passeriformi, giunge in Sila, dopo un lungo e faticoso viaggio, avendo attraversato le terre d’Africa oltre che l’azzurro Mediterraneo. Nella nostra umile storia, rappresentata, a ritmi alterni ma inesorabili, da oltre un secolo e mezzo d’emigrazione, l’Usignolo, seppur solo per la bella stagione, riconquista quei luoghi che conservano ormai solo i ricordi. Col chiaro di Luna, a squarciagola, apostrofa versi poetici, come a voler richiamare in terra natia, i tanti figli strappati a questo posto e altrove in cerca di fortuna. Lo splendido pennuto, negli ultimi tempi, lungo il suo tragitto da pellegrino, per terra e per mare, avrà certamente incontrato il destino di migliaia di sventurati esseri umani che inseguendo il sogno di un futuro migliore, spinti dalla fame e dalla guerra, fanno un analogo viaggio, tra la disperazione e l’indifferenza della civiltà moderna. Intanto, chi ancora è rimasto quaggiù, può assistere a una delle più intime meraviglie del Creato: il canto dell’Usignolo. In tutto il regno animale, probabilmente, non esiste volatile che gorgheggia meglio, con centinaia di note che questa piccola creatura di color marrone, riesce a memorizzare sin da piccolo, ascoltando gli adulti e imparando velocemente, perché non c’è maestro che possa ripetere la lezione, lo scorrere dei giorni è implacabile. Oscar Wilde, nel suo celebre racconto de “l’Usignolo e la rosa”, narra di quest’uccello che colpito dal sentimento sincero di un giovane innamorato, scende a patti con un rosaio, cantando per tutta la notte e infilzandosi il petto in una spina, al fine di tingere una rosa con il suo sangue. Al mattino seguente, dopo l’estremo sacrificio del povero Usignolo, morto per donare la rosa rossa all’innamorato, quest’ultimo si precipita dall’amata, ottenendone però il rifiuto, giacché la giovane aveva ricevuto dei gioielli che valevano molto di più di un banale fiore. Pura fantasia? Nella realtà quotidiana, l’uomo accecato dal profitto e dal dio denaro, perde il senso delle cose più semplici e autentiche, quelle che hanno un valore immenso per la nostra stessa esistenza. Col passare degli anni, tutto si trasforma ma ciò che certamente non cambia è il canto del migrante venuto da molto lontano, che invisibile, da dentro un cespuglio o un arbusto, suona le melodie della nostra immensa natura, cantando spensierato nei luoghi dove le nostre radici sono state tristemente sradicate. Di notte, senza paura, timore e inganno, non si mette in mostra per apparire, ecco perché l’umiltà è il dono più grande che l’umanità possa desiderare, possibilmente affrancata da tutte le cattiverie.

Gianluca Congi ©

(Tratto dalla rubrica "Sila: viaggio tra storia e natura..." di Gianluca Congi - Il nuovo Corriere della Sila - Anno XXIV (nuova serie) n.7° - Luglio 2014)

 

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