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Sila Grande: l'ultimo abitante di Carello, il paese che non c'è più - di Gianluca Congi PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Congi   
Lunedì 02 Giugno 2014 16:19

Scorcio di Carello - ph Gianluca Congi ©

Calabria: un viaggio tra storia e natura a San Giovanni in Fiore.

Sono almeno sessant’anni che il borgo di Carello è un desolato luogo dove il vento e i fantasmi sembrano prendere il sopravvento. La tristezza dei ruderi danno l’immagine di una cartolina dai colori sbiaditi, eppure, con l’arrivo della bella stagione, questo posto, si anima di mistero e di fascino, a volte quasi surreale.

Passero solitario - ph Gianluca Congi © Una valle incantata chiusa tra gli scoscesi pendii custodisce il Neto, il fiume delle navi bruciate, che agli albori della Magna Grecia fu tanto caro alle mogli degli Achei. La natura, quasi inviolata, domina le poche opere umane, costituite dallo sparuto gruppo di vecchie case, dalla ripida stradina, dagli ulivi e dagli aranci che qui sembrano dividersi tra i monti della Sila Grande e le marine aride e brulle del Marchesato crotonese, a est oltre le ultime colline del Vetrano. Diversi anni fa, durante uno dei miei continui viaggi alla scoperta della fauna calabrese, osservai un bellissimo maschio adulto di Passero solitario (Monticola solitarius), un uccello passeriforme slanciato e grande quasi quanto un merlo. Il fuggiasco, di un blu-ardesia a tratti brillante, si aggirava come un abbaglio tra i ruderi del villaggio ormai svanito. Tornato a casa, a sera inoltrata, pensavo e ripensavo a quella splendida creatura in quell’immensa solitudine; con il suo melodioso canto, chissà quante grigie giornate aveva allietato, rendendo più felici, le anime delle genti di quel posto abbandonato! “D’in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna cantando vai finché non more il giorno; ed erra l’armonia per questa valle. Primavera dintorno brilla nell’aria, e per li campi esulta, sì ch’a mirarla intenerisce il core…” Nei primi passi della leggendaria lirica di Giacomo Leopardi, avente come protagonista proprio il Passero solitario, mi viene in mente il villaggio che non c’è più. Il borgo di Carello, pur non avendo mai avuto una torre campanaria come quella di Recanati a cui s’ispirò il Leopardi, in compenso è stato intensa fucina di storia per un nobile popolo, che con tanta modestia e umiltà ha messo a segno tante conquiste sociali per il mondo intero. Oggi, proprio quel popolo, con la modernità, ha perso purtroppo molti dei suoi più autentici valori. Oltre ai versi del vento, ad animare ancora quel posto tanto bello, c’è ancora lui, l’ultimo abitante fiero e fedele della contrada abbandonata. Ripensandoci, a distanza di moltissimi anni da quel giorno, continuo a chiedermi, per quanto tempo ancora l’uomo-padrone gli permetterà di vivere felice in questo mondo malinconico? Il suo canto, nei tramonti di primavera come d’inverno, rappresenta la metafora della vita che continua, nonostante la desolazione che assedia il nostro tempo. Noi uomini siamo esseri troppo piccoli, per capire i disegni divini di Madre Natura, dovremmo imparare proprio dal Passero solitario, che, apparentemente dal nulla e con poco, riesce a vivere con innata serenità in uno dei luoghi più belli del nostro prezioso territorio, abbandonato al destino ma non al vero significato della vita, quello che noi ricerchiamo in continuazione, senza mai trovarlo per davvero! di Gianluca Congi*

*Appassionato studioso di fauna e flora calabrese, è noto per il suo attivismo in diverse associazioni e gruppi di ricerca faunistica e ambientale. Attualmente lavora nel Corpo della Polizia Provinciale di Cosenza.

Tratto da: Fame di Sud - #raccontailtuosud  (21 ottobre 2016) - per la gallery completa delle immagini e il testo CLICCA QUI .

(Un testo simile, faceva parte della raccolta dell'autore per il giornale Il nuovo Corriere della Sila - Anno XXIV (nuova serie) n.6° -  Giugno 2014)  -vs: 951

 

 


 

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