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Il flagello del maltempo o il flagello dell'uomo? PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Congi   
Domenica 02 Febbraio 2014 16:48

Fiume Arvo nei pressi delle Junture - Gianluca Congi © STORIE DI TERRITORI MALTRATTATI, USATI E SFRUTTATI SENZA ALCUNA REGOLA E LOGICA DA PARTE DELL'UOMO PADRONE.

La natura violentata dall’uomo si ribella, sganciando una bomba d’acqua che sta imperversando ormai da Giovedì 30 Gennaio su tutti i paesi dell’alto crotonese e su San Giovanni in Fiore. I monti della Sila, che fanno da limite invalicabile per alcune perturbazioni del settore jonico, stanno spifferando acqua da ogni parte.

Valloni e rivoli di solito secchi anche nella stagione autunnale e invernale sono ritornati vivi quasi da sembrare fiumi in piena, il Neto è uscito diversi metri dagli argini nei pressi della zona dello storico Ponte della Cona, che resiste ormai da diverse centinaia di anni alle bizze del Creato, sempre più arrabbiato dai comportamenti scellerati di chi dovrebbe proteggere ciò che gli è stato donato e non regalato. Domenica 2 Febbraio è tracimato anche il fiume Arvo nella zona delle Junture, a valle dell’abitato di San Giovanni, allargando il suo normale corso verso i limitrofi terreni demaniali e privati, interrotta per allagamento anche la strada che conduce all’impianto di proprietà della società a2a. Da queste parti l’unione dei due principali fiumi della Sila fa paura. Un rumore sordo ma potente segna il rapidissimo passaggio dell’acqua che sbatte sui massi granitici e sui poveri alberi della fascia ripariale, che tenacemente resistono alle furie della corrente, ma in alcuni casi soccombono creando pericolose ostruzioni e deviazioni. Alcuni anni addietro, sempre in questa zona, furono avvistate carcasse di maiali e pecore, chissà da dove trascinate. Sotto il villaggio di Carello, il fiume Neto è un qualcosa d’impressionante, si libera come una saetta tra le strette gole delle ultime montagne del massiccio silano, lanciandosi verso il marchesato crotonese, che per quasi tutto l’anno è stato secco e assolato. Le misteriose e decantate fiumare di Calabria, tanto care a Corrado Alvaro, riprendono vita e si aprono varchi negli estesi letti costituiti da massi e detriti. Ha piovuto, quasi senza sosta, da Giovedì 30 Gennaio fino alla serata di Lunedì 3 Febbraio, una quantità d’acqua che forse nemmeno i più anziani ricordano, frane e detriti sulle provinciali 212 e 260, a Bonolegno e alla Pirainella. Fenomeni eccezionali, che potevano causare sicuramente danni maggiori, specie se si pensa, che nella vicina Cerenzia, sono state sgomberate decine di persone. Per fortuna la geologia del territorio di San Giovanni in Fiore, ci difende da questi fenomeni atmosferici avversi, cui dovremo abituarci sempre più spesso. Se non fosse stato per la presenza di terreno saldo, boscato e cespugliato oltre che per le forti pendenze, Dio solo sa quante tragedie avremmo avuto. Hanno costruito le case ovunque, finanche sulle montagne che sono state vergognosamente lottizzate e denudate del prezioso manto di pini, hanno coperto valloni che esistevano da tempi immemorabili, su cui oggi sorgono interi quartieri. Il boom edilizio della nuova San Giovanni in Fiore, che ha avuto l’esplosione tra gli anni ’60 e ’80 oggi ci presenta il conto: si parla di vani per almeno 80.000 abitanti, un’estensione urbana impressionante e sproporzionata per una popolazione residente che ormai stenta ad arrivare alle 18.000 unità. I fianchi della montagna sventrati e dove sono sorte le parti più nuove della cittadina, con il centro storico che si spopolava e che era tristemente abbandonato a se stesso. Gli antichi ricordi di una ridente cittadina, immersa nella foresta incantata, affondano le radici in quel pensiero illuminato dell’Abate Gioacchino da Fiore, che venne in Sila non certo per depredare la natura delle sue innumerevoli meraviglie. Diverse zone verdi, erose dall’uomo “mangione” accecato dal facile profitto e favorito dalla complicità di chi doveva pianificare un razionale uso delle risorse naturali. Ci stupiamo se il Creato poi si arrabbia, mi chiedo, quante volte lo abbiamo fatto arrabbiare noi? Possibile che dopo quasi un millennio di cultura e sapere, ancora oggi in barba alle più elementari leggi della natura, sappiamo solo incendiare le foreste, radere al suolo i boschi, costruire là dove non dovremmo, inquinare e gettare nell’ambiente veleni di ogni sorte? Come se tutto questo non ci riguardasse, come se noi fossimo estranei al mondo che ci circonda. Chissà quando impareremo a rispettare il Creato, sempre che questo giorno diventi realtà. Gianluca Congi ©

 

 

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