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Alle pendici della Sila cresce l’affascinante e velenosa Berretta del prete. PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Congi   
Lunedì 01 Dicembre 2014 19:26

alt Sul territorio della Sila, vivono diverse piante spontanee che possiedono oltre alla particolare bellezza, anche parti di esse, intrise di veleni o alcaloidi tossici, ma non per questo meno importanti per i delicati quanto complessi equilibri naturali.

Tra l’amena valle di Jannia e il villaggio svanito di Carello, oltre agli ulivi e alle varie latifoglie presenti, cresce, non comune, l’Evonimo, chiamato anche Fusaggine o Berretta del prete (Euonymus europaeus). Questa pianta è parte integrante di quella fondamentale biodiversità che consente la vita sulla Terra a innumerevoli creature vegetali e animali, uomo compreso. Non molto diffusa e talvolta abbastanza rara da rinvenire, la Berretta del prete, cresce in alcune zone alle pendici della Sila, non oltre i 600 metri di quota, con clima abbastanza temperato, in forma di arbusto, alto finanche 5-6 metri, aventi foglie opposte di colore verde, più scuro nella pagina superiore, di forma lanceolata con i margini finemente seghettati e apice acuto. In autunno, le foglie di questa pianta, assumono una bella e caratteristica colorazione scarlatta, di fatti solo in questo periodo, si rende appariscente, anche per la presenza dei particolari frutti. I diversi nomi volgari attribuiti a quest’arbusto, hanno tutti una singolare origine, che è descritta per come segue: Evonimo, dal greco “ben nominata”, riferito, alla madre delle divinità vendicatrici greche Euonyma, con allusione alla velenosità della pianta. Fusaggine, nome riferito al suo legno e agli usi che se ne facevano, molto apprezzato per costruire i fusi per filare. Berretta del prete, si riferisce, invece, alla rassomiglianza del frutto con la forma dei cappelli tricorni degli antichi prelati, atteso che, a maturazione, i frutti si esibiscono di un colore rosso acceso e con forma in genere quadrilobata, questi, si apriranno in autunno, mostrando in bella vista, i semi di colore arancio. Le parti di questa pianta, in particolare la corteccia, i frutti e i semi, contengono un glucoside simile ad altri alcaloidi tossici, conosciuto col nome di Euonimina; le maggiori concentrazioni sarebbero racchiuse appunto nei semi di colore arancio vivo. L’Euonimina è un potente purgante, con effetti violenti, può provocare un vero e proprio avvelenamento che si manifesta con coliche, crampi, diarrea, vomito e malori ripetuti. L’insorgenza dei sintomi è tardiva, a volte dopo 10-12 ore dall’ingestione; in alcuni casi, specie dopo l’assunzione in dosi massicce, si può giungere anche alla morte. Stessi sintomi e pericoli corrono gli animali che si cibano delle parti della pianta, specie le capre, le pecore, le mucche etc. La velenosità di quest’affascinante pianta non deve incutere timore e ostilità nell’uomo, che spesso, teme alcuni abitanti della natura, invece di temere se stesso, per via degli innumerevoli danni che arreca all’umanità intera. In natura non esiste il cattivo contrapposto al buono, ogni cosa, anche quella che a noi fa più specie, contiene tanti e più significati profondi, in gran parte a noi sconosciuti ma non per questo da non apprezzare o rispettare. Gianluca Congi ©

 

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